
Arturo Chiappelli, 43 anni, spazzino disoccupato, colpito al cuore da un cecchino mentre, da solo, attraversava i binari della ferrovia. I suoi compagni dovettero attendere del tempo prima di recuperarne il corpo: il cecchino continuava a sparare all’impazzata.
Roberto Rovatti, 36 anni, operaio, percosso ripetutamente con i calci dei fucili, scaraventato in un fossato e infine ucciso con un colpo di arma da fuoco sparato a distanza ravvicinata.
Angelo Appiani, 3O anni, meccanico, freddato da alcuni colpi di fucile mentre si trovava davanti ai cancelli delle Fonderie con altri 4 lavoratori.
Ennio Garagnani, 21 anni, carrettiere, colpito alla nuca mentre cercava di allontanarsi dalla zona calda degli scontri.
Renzo Bersani, 21 anni, operaio metallurgico, anche lui colpito alle spalle mentre cercava di fuggire.
Arturo Malagoli, 21 anni, operaio, freddato davanti ad un passaggio a livello in circostanze non accertate.
Con loro almeno altre 200 persone ferite durante la mattanza.
"La caccia è aperta : 6 operai morti a Modena"
Questo lo striscione che il mattino dopo capeggiò il corteo del dolore e dell’indignazione.
Un massacro studiato a tavolino e portato a compimento con straordinaria determinazione.
Polizia e Carabinieri adoperati come sicari per un eccidio che sembrava voler essere “esemplare” nel chiaro intento di mettere tacere le masse operaie e indebolire le organizzazioni politiche e sindacali che le sostenevano.
Di fatto quegli uomini pagarono con la vita la scelta di difendere il lavoro, il loro lavoro.
Tutto comincia con la decisione da parte delle Fonderie Riunite di Modena di dar luogo ad una serrata che manda sulla strada 560 operai. Le motivazioni ufficiali parlarono di una necessaria riduzione della mano d’opera in eccesso, in realtà era il metodo più sbrigativo per sbarazzarsi degli elementi indesiderati, come dimostra poi l’annuncio di riassunzione che riguarda solo metà degli operai licenziati.
Inevitabile da parte dei lavoratori la decisione di indire una giornata di sciopero e una manifestazione di protesta prevista per le ore 10 del 9 gennaio 1950 in Piazza Roma.
Fu proprio a quell’ora che cominciarono a riecheggiare i colpi di fucile tra le mura della città, proprio mentre i lavoratori confluivano da più parti, alcuni diretti verso la piazza, altri verso le Fonderie, e comunque certamente prima che riuscissero ad organizzarsi in un unico corteo.
Il bilancio finale rivela eloquentemente quanto avvenne quel tragico giorno: 6 morti e 50 feriti fra i lavoratori (ma vengono stimati almeno altri 150 feriti che rifiutarono di recarsi in ospedale per paura di arresti al pronto soccorso), e solo tre contusi fra le forze di polizia.
Due giorni dopo 300 mila persone parteciparono ai funerali delle sei vittime. Tra loro c'è anche Palmiro Togliatti che parla alla folla commossa. Avrebbe poi deciso di adottare, insieme alla sua compagna Nilde Jotti, la sorella minore di una delle vittime dell’eccidio, Marisa Malagoli Togliatti, ora docente universitaria.
Il suo discorso si conclude con parole che sembrano essere state pronunciate solo ieri:
Dobbiamo far uscire l'Italia da questa situazione dolorosa. Vogliamo che l'Italia diventi un paese civile, dove sia sacra la vita dei lavoratori, dove sacro sia il diritto dei cittadini al lavoro, alla libertà, alla pace!
Sono trascorsi 58 anni, certamente non posso dire che siano trascorsi invano, ma ancora non sono del tutto sicuro che si sia ormai acquisita piena consapevolezza della sacralità della vita dei lavoratori.
Di sicuro le serrate delle fabbriche non sono mai passate di moda.

