
Chiedo scusa per essere venuto al mondo, per aver appestato l’aria che voi respirate con il mio venefico respiro, per aver osato di pensare e di agire da uomo, per non aver accettato una diversità che non sentivo, per aver considerato l’omosessualità una sessualità naturale, per essermi sentito uguale agli eterosessuali e secondo a nessuno, per aver ambito a diventare uno scrittore, per aver sognato, per aver riso.
Così scriveva Alfredo Ormando in uno di quei libri che nessuna casa editrice accettò mai di pubblicare.
Soltanto l’aiuto della madre, pensionata ultraottantenne che decise di sostenerlo economicamente nell’impresa, potrà consentirgli di veder realizzato, almeno in parte, il suo grande desiderio di raccontare le emozioni e le contraddizioni della sua esistenza.
Un traguardo costato tanti, troppi sacrifici, come del resto è stato per ogni singola tappa della sua breve ma travagliata storia.
Nasce nella provincia di Caltanissetta, da una famiglia umile, i genitori analfabeti, prima contadini e poi operai. Solo a vent’anni riesce a conseguire la licenza media come privatista e poi, allo stesso modo, il diploma a 35. La laurea invece gli sarà conferita postuma, dopo la sua morte, alla memoria. Un esame di latino scritto andato male non gli consentì di goderne in vita.
Nella sua terra affronta e combatte il provincialismo e il pregiudizio ostile della sua gente e soprattutto conosce quello, più doloroso, che gli impedirà di vivere appieno la sua fede.
«Ho sperimentato in prima persona cosa significhi salire e scendere le scale altrui, sentirsi un «marocchino» nel proprio Paese... vivere all'ombra di mia madre, essere umiliato, vilipeso, osteggiato, emarginato e porre fine ai miei giorni con il suicidio»
Ed è così che il 13 gennaio del 1998, dopo aver chiesto in prestito centomila lire ad un affittacamere di Palermo e non prima aver avvisato la madre di un suo imminente viaggio per studio, Alfredo parte per Roma.
Là compra ad un distributore automatico la benzina, nasconde poi la tanica in una borsa e infine si avvia verso Piazza San Pietro.
Si fa torcia umana. Una donna lo vede correre avvolto dalle fiamme verso il centro della piazza.
I soccorsi partono immediatamente.
Qualcuno raccoglie le sue ultime parole: “Non sono neanche stato capace di morire”
In realtà il suo obiettivo sarà raggiunto solo più tardi del previsto, come sempre pagato a caro prezzo:
9 giorni di atroci sofferenze. Gli ultimi.
Dopo la sua morte, quando ancora non si era a conoscenza dei suoi scritti, il portavoce della sala stampa vaticana si affrettò a sostenere la mancanza di un nesso tra il gesto di Alfredo e la sua omosessualità, e soprattutto escluse la possibilità che si potesse trattare di una forma di protesta contro la Chiesa Cattolica.
Pochi giorni dopo l’ANSA riceve alcune delle lettere spedite da Alfredo e decide di pubblicarne una parte.
LETTERA AUTOGRAFA DI ALFREDO ORMANDO AD UN AMICO:
Palermo, Natale 1997
Caro Adriano, quest'anno non sento più il Natale, mi è indifferente come tutte le cose; non c'è nulla che riesca a richiamarmi alla vita.
I miei preparativi per il suicidio procedono inesorabilmente; sento che questo è il mio destino, l'ho sempre saputo e mai accettato, ma questo destino tragico è là ad aspettarmi con una certosina pazienza che ha dell'incredibile.
Non sono riuscito a sottrarmi a questa idea di morte, sento che non posso evitarlo, tantomeno fare finta di vivere e progettare per un futuro che non avrò: il mio futuro non sarà altro che le prosecuzione del presente.
Vivo con la consapevolezza di chi sta per lasciare la vita terrena e ciò non mi fa orrore, anzi!, non vedo l’ora di porre fine ai miei giorni; penseranno che sia un pazzo perché ho deciso piazza San Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo.
Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia.
Alfredo
Dopo la pubblicazione gli organi di stampa vaticana non hanno mai più trattato l’argomento, scegliendo di chiudersi in uno spregevole silenzio che compie oggi dieci anni.



